#Monitoraggiocivico a scuola!

Salve a tutti,

siamo Ibam Forte Via (Facebook: Ibamfortevia; Twitter: @Ibamfortevia), cioè un gruppo di dieci ragazzi o meglio studenti del liceo classico Michelangiolo di Firenze. Durante lo scorso anno scolastico abbiamo partecipato come classe al progetto sperimentale  “A Scuola Di Open Coesione” che nella sua prima versione ha coinvolto sette scuole sul territorio nazionale. Il progetto è stato strutturato su 5 step di cui tre di natura teorica e i restanti due più operativi.

Nella prima parte alla mia classe è stato spiegato il significato di varie parole, a noi precedentemente sconosciute, come “open data”, “fondi strutturali”, “data journalism” “monitoraggio civico”, parole che ci sarebbero state essenziali per svolgere il progetto ma soprattutto per formare una nuova generazione di cittadini (vero scopo dell’intero progetto).

Dopo le prime spiegazioni la nostra classe si è divisa in due gruppi che hanno seguito due differenti progetti trovati su OpenCoesione (il portale del Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione Economica  sull’attuazione degli investimenti da parte delle amministrazioni locali e centrali): la realizzazione della rete tranviaria fiorentina e il restauro delle scuderie medicee di Poggio a Caiano. Noi in particolare ci siamo occupati della tramvia e ci siamo proposti come obiettivo quello di coinvolgere ma anche sensibilizzare la comunità e in particolare rendere costantemente noti gli sviluppi delle nostre ricerche.

Abbiamo cercato di capire se questo ritorno al tram (infatti Firenze era dotata di una grande rete fino agli anni ‘50) sia essenziale per la nostra città o solo una di quelle colossali infrastrutture, tipiche italiane, che poi non avendo successo vengono abbandonate. Per verificare ciò ci siamo mossi su vari fronti: abbiamo intervistato degli ingegneri che si occupano della tramvia per capire meglio tutti gli aspetti tecnici.

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Abbiamo provato a capire cosa ne pensano i fiorentini di questo nuovo mezzo pubblico attraverso un questionario online per gli studenti dal nostro liceo e delle interviste fatte lungo la T1 (unica linea già operativa); e infine abbiamo elaborato sotto forma di grafici i dati prodotti da noi attraverso il questionario e quelli ricavati dal dataset offerto dal Comune di Firenze.

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Alla fine abbiamo raccolto tutte queste informazioni e abbiamo esposto i nostri risultati in una conferenza aperta al pubblico a giugno. Inoltre abbiamo illustrato la nostra ricerca al forum della Pubblica Amministrazione di Roma. Ecco anche il nostro Report di monitoraggio sulla piattaforma Monithon. Sul sito di A Scuola di OpenCoesione c’è anche il nostro Project Work con tutti i risultati delle indagini effettuate.

Inoltre c’è da dire che abbiamo costantemente condiviso il nostro lavoro attraverso i social, che hanno svolto i ruoli essenziali durante il nostro percorso.

Ed eccoci arrivati ai giorni nostri. Il percorso fatto durante lo scorso anno scolastico ci ha segnato e ovviamente ci siamo dovuti chiedere cosa fare adesso. Di sicuro terremo attivi tutti i nostri contatti e social per poter essere a disposizione di un futuro monitorante fiorentino o anche di una scuola che ci volesse contattare… anche perché da apri fila del progetto A Scuola Di OpenCoesione abbiamo dei doveri!  Inoltre abbiamo in cantiere altre idee sia sul piano del report di monitoraggio già fatto (potremmo continuare a monitorare i lavori delle linee 2 e 3 che sono partiti proprio questa estate) sia per quanto riguarda Firenze e la tramvia (possiamo solamente dirvi che stiamo pensando di fare un’applicazione che renda qualsiasi cittadino un monitorante). Naturalmente non pretendiamo di riuscire in tutto, ma sentirete ancora parlare degli Ibam Forte Via! 

Vi lasciamo alcuni link che vi potrebbero interessare:

Articolo del nostro Blogger su Cittadini di Twitter

Il nostro report su Monithon

La pagina a noi dedicata sul sito di A Scuola Di OpenCoesione

Le diapositive utilizzate durante la conferenza finale

 

Il monitoraggio continuo della scuola di via Bramante a Matera

Durante il monitoraggio del teatro del Borgo La Martella (qui il report) per l’Open Data Day dello scorso Febbraio, nacque l’idea di un’azione civica che ora inizia a muovere i suoi primi passi: il monitoraggio continuo della scuola di via Bramante, che sarà coordinato durante il suo svolgimento da RENA e da alcuni studenti della Summer School Rena 2014.
Entrambi i progetti rientrano nel Piano Nazionale Città, finanziato nel 2012 dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti per la rigenerazione delle aree urbane degradate. A Matera l’area urbana oggetto dell’intervento è quella del Borgo La Martella, nato negli anni Cinquanta a seguito dello sgombero dei Sassi, la cui progettazione e creazione fu curata dalla Commissione per lo studio della città e dell’agro di Matera, istituita da Adriano Olivetti.

La vicenda in breve
La scuola di Via Bramante in realtà non è ubicata in Borgo La Martella, ma lungo un asse viario che lì conduce. Essa è stata chiusa con ordinanza sindacale nell’agosto 2012 perché giudicata inidonea dal Centro di competenze sul Rischio Sismico della Regione Basilicata.
Come già scritto, la Scuola di Via Bramante fu fatta rientrare nel Piano Nazionale Città. Nel Gennaio 2013 Matera ricevette il via libera dalla Cabina di Regia del MIT: venne da subito costituito dai genitori degli studenti dell’ex-plesso di via Bramante un Comitato per seguire l’andamento dei lavori di riqualificazione. Nonostante una petizione di cittadini avesse espresso parere favorevole per il recupero della struttura, il 15 Marzo 2013 la Giunta Comunale deliberò che la scuola fosse abbattuta e ricostruita,. L’allora Assessore all’Urbanistica del Comune di Matera, Ina Macaione, spiegò tale scelta come necessaria, in quanto l’edificio non era idoneo né dal punto di vista energetico né in relazione alle nuove linee guida della didattica. Il progetto preliminare, approvato il 7 giugno 2013, prevedeva la realizzazione di un istituto omnicomprensivo, composto da 4 aule per la scuola materna, 10 per le elementari e 6 per le scuole medie. Alla scuola vennero destinati 4,5 milioni di euro da fondi ministeriali più 740.000 euro del Comune di Matera. In fase di quantificazione della spesa, si giunse tuttavia alla conclusione che la dotazione finanziaria per il progetto fosse inadeguata alla realizzazione di quanto preliminarmente previsto. Nello scorso 14 Maggio il Comune di Matera ha inviato alla Regione Basilicata una richiesta di finanziamento integrativo: si chiede di ridestinare al progetto già predisposto per la scuola di via Bramante i 3 milioni che avrebbero dovuto finanziare la messa in sicurezza e ristrutturazione di un’altra scuola della città, la scuola media Torraca di Via A. Moro.
In attesa dell’eventuale finanziamento integrativo, con delibera di giunta n.00238-2014 del 09/07/2014 il Comune di Matera ha deciso, per motivi di disponibilità finanziaria, di realizzare solo l’edificio destinato a scuola materna ed elementare,  in attesa del finanziamento integrativo per la scuola media, l’auditorio e la biblioteca. Qui il bando pubblicato in data 29 Ottobre 2014, con tutta la documentazione integrativa.

Il “monitoraggio continuo”
L’Associazione RENA, dopo aver coordinato il monitoraggio relativo ai lavori di Borgo La Martella, ha deciso di organizzare un focus specifico sul caso della Scuola di via Bramante.
La Summer School è stata il punto di partenza per un dialogo orizzontale tra i cittadini e l’amministrazione, per un confronto diretto tra due portatori di interessi simili e diversi ad un tempo, che spesso fanno fatica a capirsi vicendevolmente. L’incontro è stato il primo passo per facilitare un dialogo con le Istituzioni che spesso trova nei rispettivi linguaggi ostacoli comunicativi significativi, benché da entrambe le parti ci sia la voglia di risolvere i problemi e si lavori nella stessa direzione.
Tale processo ha consentito soprattutto ai cittadini di leggere in maniera corretta le dinamiche istituzionali, di fungere da stimolo costruttivo per l’accelerazione dei processi amministrativi e di innescare forme di monitoraggio dei lavori più efficaci.

La condivisione attraverso questo blog delle evoluzioni del monitoraggio continuo della scuola di Via Bramante è uno di questi processi innescati e potrebbe portare alla realizzazione di una sorta di raccolta di spunti operativi per altri cittadini che si vogliono attivare per lo sblocco o l’accelerazione di progetti importanti che fanno fatica ad arrivare al traguardo.

Primi passi del monitoraggio continuo.
Il progetto della scuola di via Bramante non è presente in OpenCoesione: tuttavia il Piano Nazionale Città è stato in parte finanziato con Fondi PON Reti e Mobilità, poi confluiti nel Piano Azione e Coesione. Ed infatti alcuni dei progetti del Piano Nazionale Città di Matera sono presenti sul portale governativo.
All’inizio erano previsti sette interventi (come potete vedere nell’immagine): sia la scuola di Borgo La Martella (qui la scheda su OpenCoesione) che quella di Via Bramante, housing sociale, verde, farmacia e ambulatorio, teatro.
Poi l’intervento sembra essere stato ridimensionato a soli quattro progetti: housing sociale, verde, teatro e scuola di via Bramante. In una conferenza stampa dello scorso 6 Agosto l’attuale Assessore all’Urbanistica Pasquale Lionetti ha dichiarato: “Il finanziamento complessivo di 8.940.000 euro venne ripartito in quattro capitoli: Borgo La Martella, realizzazione di 8 alloggi di edilizia pubblica (1.780.000 euro); Riqualificazione teatro biblioteca (1.892.051,87 euro); Verde attrezzato e infrastrutture (846.936,88 euro); scuola di via Bramante (4.420.000 euro)”.

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Dunque una delle prime domande cui si vuole provare a dare una risposta è se c’è stata una riprogrammazione dei fondi del Piano Nazionale Città ed in base a quali parametri è stata fatta.

Inoltre due primi obiettivi per i monithorers della scuola di via Bramante potrebbero essere questi.

Scuola 2.0 ed ecosostenibile
L’allora assessore all’urbanistica, Ina Macaione, in occasione della presentazione alla stampa della convenzione firmata col Ministero delle Infrastrutture il 27 Agosto 2013, aveva presentato la futura scuola come il primo edificio scolastico 2.0 del Sud Italia, le cui realizzazione sarebbe stata improntata a questi principi: “risparmio energetico, massimo soleggiamento, verde, tempi e costi controllabili, economicità, velocità e sostenibilità” (qui il comunicato stampa).

Relazione illustrativa e tecnica
Il primo passo per capire se la promessa di realizzare la prima scuola 2.0 ed ecosostenibile del Sud Italia sarà mantenuta, potrebbe essere proprio la disamina della documentazione allegata al bando.  In attesa che il Capitolato di Appalto ci fornisca indicazioni più specifiche sul programma operativo per la consegna dei lavori e sulle consegne parziali, in maniera da poter provare a definire un calendario di visite al cantiere o incontri col RUP per verificare l’andamento dei lavori.

Nella relazione illustrativa sono riportati:

  • indirizzi della progettazione;
  • descrizione dei criteri e delle scelte progettuali;
  • il progetto delle aree verdi.

Nella relazione tecnica, a pag. 10, c’è una descrizione più dettagliata degli indirizzi di progettazione degli impianti tecnologici della futura scuola, con  un paragrafo dedicato a “dati e connessione”.

“Il nuovo sistema educativo si fonda sempre più sulla facilità di accesso alle informazioni e sulla possibilità di una loro immediata elaborazione. Pertanto è fondamentale progettare una buona connessione dell’edificio scolastico alle reti dati con agevoli accesso alle reti all’interno degli spazi. E’stata prevista un’ottima connessione alla rete sia via cavo che attraverso una wifi diffusa in tutti gli ambienti, oltre che molte prese elettriche per l’alimentazione delle dotazioni hardware (LIM, tablet, computer, periferiche, e-book reader ecc.).”

to be continued..

 

La storia infinita di Cagliari e della sua pista sul mare

L’associazione Sardinia Open Data, in occasione dell’International Open Data Day del 22 febbraio scorso, ha partecipato alla giornata Monithon 2014 organizzando una passeggiata civica per monitorare la pista ciclo-pedonale di Su Siccu, a Cagliari.

Qui trovate il nostro report di monitoraggio civico con tutti i dettagli.

Il monitoraggio è stato fatto con l’intento di verificare, in rete e sul campo, i motivi per i quali per costruire una pista di 620 metri ci siano voluti circa undici anni. Il mapping party svoltosi in contemporanea, una passeggiata con gps e taccuino alla mano per registrare punti di interesse e geolocalizzarli su OpenStreetmap, ci ha permesso di accertare la presenza dei servizi accessori utili ai cittadini per una pratica fruizione del nuovo spazio pubblico.

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Su Siccu è una località di costa cagliaritana situata tra il molo Ichnusa ed il molo “pennello di Bonaria”; dalla sua passeggiata è possibile ammirare uno splendido scorcio del Golfo di Cagliari da una parte, ed il santuario di Bonaria con la sua imponente scalinata, dall’altra.
La pista in questione costeggia un parco alberato e qui, nel periodo di libera pesca dei ricci (novembre-maggio), vengono posizionati i chioschetti dei ricciai, piccoli ristoranti il cui menù propone unicamente: ricci freschi, pane e vermentino.

Per molti anni la zona è rimasta in uno stato di abbandono. Ora la sua riqualificazione è parte del programma integrato per lo sviluppo urbano e la mobilità ciclabile, pedonale e pendolare nell’Area metropolitana di Cagliari.

La storia della pista ciclo-pedonale di Su Siccu inizia nel 2003 con la giunta Delogu, quando viene firmato un accordo per l’abbattimento del muro che separava il molo Ichnusa dal molo Garau, sul quale gravava una servitù militare. A seguito dell’abbattimento nel 2005, la zona viene ceduta al demanio civile nel 2006 e nello stesso anno iniziano i lavori di costruzione della pista, la pavimentazione viene ammodernata e si progettano i
nuovi spazi; nello stesso anno viene costruito anche il camminamento in legno in prossimità del molo Ichnusa di fronte all’Ammiragliato della Marina Militare.

I due percorsi sono quasi pronti ma il progetto viene bloccato e la zona rimane recintata e inaccessibile al pubblico fino al 2012. In quell’anno si riparte con le gravose rifiniture che interesseranno l’intero percorso a causa dell’abbandono dei sei anni precedenti.

L’8 ottobre 2013 la pista è pronta! Viene inaugurato il tratto ciclabile in terra compattata che corre lungo il parco e quello pedonale che costeggia il mare, qualche mese più tardi il 27 gennaio 2014 viene aperto al pubblico anche il camminamento in legno, che era stato reso inservibile da intemperie e salsedine.

Dopo undici anni il progetto della pista sul mare vede finalmente la luce ed i cittadini si possono riappropriare di uno spazio pubblico.
L’itinerario paesaggistico in cui si inserisce la pista di Su Siccu è infatti uno tra i più suggestivi della città: un percorso ciclo-pedonale che dal centro di Cagliari corre lungo il canale Terramaini fino al cuore del parco naturale regionale Molentargius-Saline e da qui raggiunge la spiaggia del Poetto, che molto presto avrà una pista ciclo-pedonale tutta sua.
Il valore della pista di Su Siccu è rilevante dal punto di vista turistico e naturalistico, ma giova anche alla mobilità cittadina. Si tratta di un tassello di un ben più ampio progetto di collegamenti e piste che ci auguriamo vedano la luce al più presto ed in tempi certi. Con la qualifica quanto mai prossima di città metropolitana, su Cagliari ed il suo hinterland circoleranno un numero sempre più ingente di persone che, vivendo nei suoi centri e transitando nelle sue strade, porranno le istituzioni di fronte alla necessità di offrir loro trasporti pubblici ancora più capillari ed efficienti.

Il disagio della cittadinanza, ciclistica e non, è emerso dal monitoraggio rispetto all’impossibilità di vivere per così tanti anni uno spazio pubblico in pieno centro città. La poca chiarezza da parte degli amministratori ha fatto il resto, dirottando l’opinione comune sulla solita idea che i soldi pubblici a tutto servono meno che ai servizi di pubblica utilità.

Sardinia Open Data nel corso del Monithon ha potuto ascoltare le voci dei ciclisti cagliaritani che, pur riconoscendo il buon risultato finale dei lavori, ancora non si spiegano le lungaggini ed i troppi fondi consumati in questi undici anni dalle varie istituzioni che se ne sono occupate. Come ci spiega Kevin Legge (Cagliari Città Cliclabile) nella chiacchierata che ci ha concesso, la città che vorrebbero è più attenta a ciclisti, pedoni ed automobilisti ma si rendono anche conto che sono proprio queste categorie, spesso, a mancarsi di rispetto vicendevolmente.

Insomma, la questione interessa tutti! In una città che attende impaziente il verdetto sulla candidatura a capitale della cultura del 2019 la coscienza civica è imprescindibile affinchè la Cagliari del futuro sia costruita con le idee e le mani di tutti.

Da tesista a monithoner: i report salernitani di Palazzo Fruscione e dell’impianto di compostaggio

Nello scorso gennaio Giovanni Ragone, cittadino di Salerno, nell’ambito della sua tesi di laurea sull’utilizzo dei fondi europei per lo sviluppo territoriale, ha monitorato il progetto di recupero edilizio e restauro di Palazzo Fruscione: qui potete leggere il report.
Palazzo Fruscione è un edificio dal “lunghissimo passato”: sorge su terme romane (le stesse su cui sorge San Pietro a corte) i cui ambienti sul finire dell’Impero vennero riutilizzati come chiesa con annesso cimitero e ricompresi in età longobarda nel giardino del palazzo del principe Arechi II. Nel XII secolo nacque l’attuale Palazzo Fruscione, come residenza nobiliare normanna. Da allora l’edificio ha subito molte trasformazioni, ospitando un ospizio di carità, stalle, botteghe altomedievali, fino a divenire residenza privata. L’intreccio di queste fasi si legge nelle architetture e negli affreschi recuperati ed oggi visibili all’interno del palazzo.
In questi giorni Palazzo Fruscione ospita la prima edizione Biennale d’Arte Contemporanea (11-25 Ottobre): una rassegna internazionale che da occasione ad artisti noti e meno noti del panorama locale di aprire canali di comunicazione con la scena internazionale, diventando così motore di un rinnovamento culturale e turistico. Il sindaco Vincenzo De Luca ha così spiegato la scelta di Palazzo Fruscione come sede dell’evento (qui il video): “Abbiamo collocato questa mostra di arte contemporanea in uno dei luoghi più belli e carichi di storia della nostra città (…). La grande storia longobarda e normanna e l’arte contemporanea: la ricchezza di un paese nasce dalla capacità di far convivere le diverse stratificazioni culturali; un paese è vivo se riesce a difendere la sua tradizione, il suo ambiente storico, ma se ha anche il coraggio di realizzare cose nuove.”

Sul riutilizzo di questo importante bene architettonico recentemente recuperato e restaurato, ci auguriamo possa arrivare a breve un secondo monithon dopo quello di Giovanni Ragone: nel frattempo, ecco il racconto di come lui è diventato un umarell.

Questo è sempre stato il mio obiettivo, sin da quando iniziai a studiare tale tematica.
Nel 2008, durante una lezione del corso sui finanziamenti delle aziende pubbliche, il mio docente ci illustrò tale argomento e ne fui subito colpito: egli provò a darci qualche dato, ma non seppe dirci altro che: “ogni anno la Regione Campania e l’Italia intera rimandano al mittente miliardi di euro perché non siamo in grado di utilizzare tali risorse, e fino ad oggi, siamo stati tra gli ultimi in Europa”.
Ritenni insufficiente questa spiegazione: decisi di approfondire. Provai ad informarmi un po’ sulla rete ed un po’ sui libri, ma quello che trovai era davvero molto vago e confuso, così decisi di spendere parte del mio tempo libero per approfondire l’argomento.

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La mia curiosità di scoprire e verificare se l’amministrazione comunale a me più vicina, il Comune di Salerno, stesse adoperando e/o applicando le stesse tecniche che io studiavo all’università era enorme.
Per avere un’idea diretta delle opere in via di realizzazione, spesso ho fatto sopralluoghi nei cantieri in compagnia di mio zio che, nel suo lavoro di cronista locale per un quotidiano, si era interessato ai lavori pubblici in via di realizzazione. Passeggiare per la città osservando attentamente quello che, giorno dopo giorno, accadeva e mutava nel tessuto urbano, era diventata la mia piacevole passione. Ero, e sono convinto, che solo ampliando le conoscenze su tutto quello che avviene nella propria realtà cittadina, si possa essere in grado di esprimere un giudizio consapevole sull’operato della pubblica amministrazione.

Attraverso il monitoraggio civico ogni singolo cittadino può esercitare il proprio diritto di cittadinanza attiva e far si che possa essere parte integrante di un sistema di pubblica amministrazione sempre più aperto e partecipato. Oggi il cittadino si informa, indaga e scopre quanto più possibile per poter far sentire la propria voce ed essere finalmente ascoltato.

La tematica dei fondi europei continuava ad incuriosirmi: le informazioni a disposizione erano insufficienti, mentre oggi, specialmente negli ultimi mesi, sembra che l’intera questione abbia finalmente una centralità nella vita politica del nostro Paese anche in virtù del fatto che le risorse ordinarie a disposizione degli enti locali sono diminuite in maniera considerevole.
Così decisi di realizzare il mio elaborato finale su tale argomento, cercando di far luce, possibilmente in cifre, su quello che veniva realizzato con tali risorse e quanto dei Fondi Europei per lo Sviluppo Regionale (FESR) andava perduto.

Nel luglio 2012 ecco la svolta inaspettata. Durante un’edizione del TG1 apprendevo la nascita del portale Opencoesione su un’iniziativa dell’allora Ministro Fabrizio Barca.
Nel febbraio 2013, grazie all’attivismo ed all’intuizione della professoressa Daniela Vellutino, il team di Opencoesione veniva direttamente nella mia università per presentare il progetto (qui il video). Avevo quindi l’occasione di condividere con loro tale mia passione e sciogliere ogni dubbio sui contenuti della ricerca.

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Quella giornata fu decisamente una delle più importanti per convincermi definitivamente a lavorare a tale progetto, insieme alla mia successiva partecipazione al Forum PA del mese di maggio, in cui ad Opencoesione fu assegnato il premio per la “Trasparenza dinamica”.
Terminati gli esami passai mesi e mesi a raccogliere dati, monitorare opere e a tenermi sempre più informato per poter realizzare al meglio tale lavoro e non farmi sfuggire nessun particolare.

L’11 dicembre 2013, finalmente ho realizzato quello che era stato il mio sogno per tanto e troppo tempo, discutere la mia tesi sui fondi europei e pubblicare due report di monitoraggio su progetti della mia città: uno sull’impianto di compostaggio (come parte integrante della mia tesi) e l’altro su Palazzo Fruscione.

Giovanni Ragone

Monithon Museo Egizio di Torino: appunti e riflessioni

Pubblichiamo qui appunti e riflessioni della community di Monithon Piemonte che, a partire dalla maratona di monitoraggio del 22 febbraio, ha iniziato ricerche e approfondimenti che hanno portato al primo Report di monitoraggio civico sul progetto di riqualificazione del Museo Egizio di Torino.  Da questa prima esperienza si parte per un’avventura di un gruppo di cittadini che vivono il monitoraggio civico come un modo per integrare con il loro punto di vista le valutazioni ufficiali delle amministrazioni .

Questa è una storia che parte da lontano e che coinvolge un gruppo di persone accomunate da una serie di parole chiave: sviluppo locale, progettazione partecipata, formazione, sensibilizzazione, trasparenza, risorse pubbliche, open data e lavoro di rete. Ognuno nel suo lavoro si rendeva conto (e continua, purtroppo, a farlo), in maniera crescente, del peso sempre più leggero che veniva dato alla valutazione e al monitoraggio dei progetti, dei processi e delle politiche, quasi fossero aspetti accessori. E ognuno di noi era (ed è) invece consapevole del fatto che valutazione e monitoraggio (prima, dopo e durante) sono parte integrante dei progetti perché contribuiscono alla definizione di esigenze ed obiettivi, alla loro eventuale rimodulazione nel tempo; perché sono uno strumento di garanzia rispetto all’uso delle risorse e non solo dei tempi e delle azioni; perché costituiscono la base per l’evoluzione di un progetto/politica/processo; perché forniscono informazioni su come si sta lavorando e come si è lavorato, informazioni basilare per gestire ed impostare nuovi percorsi di lavoro.

La volontà di provare a stimolare un cambiamento (o, per quelli più ottimisti o ambizioni, di produrre un cambiamento) e il contatto con il gruppo di Monithon e OpenCoesione è stata la scintilla che ha innescato la volontà di avviare ragionamenti e confronti (e qualche volo pindarico) sulla costituzione di un gruppo di Monithon piemontese.

A questo punto la voglia di fare (e la scadenza del 22 febbraio) ha consentito di accelerare i tempi e così si è deciso, in primo luogo, di definire su quale ambito concentrarci: i beni culturali. La cultura è un settore economico, che produce utili e genera occupazione e nonostante in Italia vi sia un patrimonio storico, architettonico e culturale immenso, spesso viene considerato dai decisori, dai media e dai cittadini solo un costo, un settore inutile all’economia e alla nostra vita.

Definito l’ambito abbiamo cercato un progetto da monitorare che rispondesse a tre criteri principali:

  • doveva ricadere sulla città di Torino
  • doveva interessare un bene con valenza internazionale
  • doveva essere un progetto in corso

Consultando il portale OpenCoesione l’attenzione è inevitabilmente caduta sul Museo Egizio di Torino e il suo progetto di “rifunzionalizzazione, ampliamento, restauro e messa in sicurezza del Museo”: torinese, indubbiamente di valenza internazionale e la cui fine lavori prevista era ad un anno circa dal Monithon del 22 febbraio (cfr. scheda progetto su OpenCoesione).

A questo punto l’obiettivo è stato duplice: informare ed aggregare persone interessate ad un monitoraggio civico su questo progetto (usando canali personali, twitter, il sito di Monithon, ecc.) e organizzare la giornata con un incontro con i referenti del progetto seguito dalla visita al Museo.

E dopo?

Conclusasi la giornata di monitoraggio (per la descrizione puntuale degli esiti del Monithon sul progetto del Museo Egizio si rimanda al report di monitoraggio) una serie di riflessioni e pensieri sono scaturite nel corso del momento di confronto post monithon, riflessioni e pensieri così sintetizzabili:

  • L’importanza di imparare a “raccontare” i fondi pubblici. Nella nostra esperienza al Museo Egizio, confermata dalla nostra esperienza professionale e non, è emersa in maniera chiara la difficoltà dei soggetti/enti destinatari di finanziamenti pubblici a raccontare come usano i fondi pubblici, cosa implica l’accesso ai fondi pubblici (in termini di iter, di requisiti, di controlli, ecc.). L’attenzione viene spesso posta esclusivamente sul dettaglio progettuale dell’intervento (fasi, tempi, singole azioni) senza riuscire a collocare la progettualità in una dimensione più ampia come quella della linea di finanziamento alla quale si è avuto accesso. Questa condizione costituisce un fattore di criticità. Una criticità rispetto alla corretta informazione sui progetti. Una criticità rispetto alla valorizzazione del ruolo dei finanziamenti pubblici, delle risorse pubbliche. Una criticità rispetto al senso di responsabilità nell’uso e nel rispetto dei fondi pubblici. Bisognerebbe pertanto, a nostro avviso, definire dei criteri di comunicazione che, accanto ai loghi dei soggetti che finanziano, forniscano indicazioni puntuali ai destinatari dei finanziamenti su quali sono gli elementi funzionali ad una corretta presentazione del progetto, tra cui anche l’obiettivo alla base dell’asse di sviluppo che finanzia l’opera o parte di essa.
  • Sensibilizzare e formare. Il gruppo di Monithon Piemonte è un gruppo eterogeneo per competenze, interessi, professionalità, genere ed età e questa caratteristica ha rappresentato una risorsa importante nel rileggere la giornata perché è stato chiaro, fin da subito, che l’attività di monitoraggio civico, per essere efficace, non solo deve essere accuratamente preparata, ma deve mettere in grado chiunque voglia parteciparvi e/o organizzarlo di avere le informazioni per farlo. Gioca quindi un ruolo strategico la scheda di monitoraggio che deve divenire un vero e proprio strumento di lavoro in grado sia di orientare l’organizzazione della giornata, sia di specificare le informazioni “importanti” che devono essere raccolte, informazioni che possono sembrare “scontate ed immediate” per gli addetti ai lavori (allenati a vedere subito errori sui loghi, nella comunicazioni, nel racconto delle risorse economiche, ecc.) ma che costituiscono patrimonio da apprendere per i “non addetti ai lavori”.

In questa prospettiva un visita di monitoraggio deve consentire, a nostro avviso, di perseguire, in sintesi, i seguenti obiettivi:

  1. monitorare un progetto nel dettaglio, raccogliendo tutte le informazioni strategiche per valutare il ruolo del finanziamento pubblico
  2. sensibilizzare, dando indicazioni sugli aspetti sui quali porre l’attenzione quando si visita un luogo, un progetto (e parallelamente quando si costruisce un progetto, una politica, ecc.
  3. informare e formare coloro che fanno il monitoraggio rispetto agli elementi che devono caratterizzare un finanziamento pubblico, anche in termini di comunicazione e racconto
  4. rendere consapevoli rispetto al valore aggiunto dell’attività di monitoraggio per se stessi, per gli altri e per il progetto
  5. fornire indicazioni su accorgimenti da prendere in considerazione quando si pensa, imposta, realizza e racconta un progetto
  6. suscitare interesse a continuare. L’esperienza di monitoraggio civico ci è piaciuta, e per alcuni si può parlare di vero e proprio entusiasmo, soprattutto per coloro che per professione o cercano di valorizzare le risorse pubbliche e/o trovano negli opendata un fattore strategico. E quando ci si entusiasma, quando si ha l’impressione che la cosa fatta possa essere un piccolo contributo al cambiamento, in positivo, spesso succede di voler continuare, di creare sinergie, di provare a lasciar libero sfogo (o quasi) ai progetti nel cassetto.

E questo clima, questa volontà è emersa in maniera chiara nell’incontro “post monithon” nel corso del quale si è deciso di continuare il lavoro di monitoraggio in particolare sui beni culturali, di continuare a collaborare con Monithon nel definire strumenti di monitoraggio sempre più specifici in funzione dei diversi progetti da monitorare e di provare ad avviare ragionamenti su come amplificare questa esperienza con il diretto coinvolgimento delle scuole.  Abbiamo provato a rimodulare la scheda di monitoraggio standard per rispondere  alle esigenze di monitoraggio civico sui musei ed ne abbiamo testato l’efficacia proprio durante il monithon del Museo Egizio (qui la scheda di monitoraggio dei servizi museali testata il 22 febbraio a Torino).

Forse non tutto sarà immediato, visibile da subito, ma una cosa è certa, la voglia di lavorare su questo tema è divenuta il principale fattore che ci accomuna oltre il fatto di condividere la massima di Bette Reese “Se sei convinto di essere troppo piccolo per essere efficace, allora non ti sei mai trovato nel letto con una zanzara“.

Gruppo Monithon Piemonte

piemonte@monithon.it

Mappatura dei beni confiscati alle mafie: la visita a Radio Siani (Ercolano)

A volte le cose si incrociano e si sovrappongono, generando cose nuove.

Esiste il progetto Open Pompei . Esiste il progetto Monithon, e dentro Monithon esiste un gruppo di monitoranti che ha deciso di concentrarsi sul tema del riuso dei beni confiscati alla criminalità organizzata. E siccome questa tipologia di beni c’è anche nell’area vesuviana, sulla quale gravita Pompei, e siccome c’é bisogno, per tanti motivi, di dare una spintarella al progetto Open Pompei, perché non unire le tre cose? Ed ecco che una quindicina di persone a vario titolo impegnate sui temi del civic hacking, del monitoraggio civico, degli open data si ritrova in un bel sabato di sole nel centro di Napoli per organizzare un monitoring party su tre beni confiscati alla camorra fra Ottaviano ed Ercolano. Qui il resoconto “tecnico” della tre giorni, della redazione di Monithon.

E infatti: dopo aver fatto un punto generale del perché siamo lì e cosa dobbiamo fare, partiamo. Il Castello della Legalità  di Ottaviano, già abitazione del capo Raffaele Cutolo, accende l’immaginario collettivo di molti, che si dirigono verso quella meta, anche perché il secondo bene da monitorare, il Museo All’aperto , è proprio lì accanto, e si può fare un viaggio solo. Io, Alessia, Betta e Valentina ci dirigiamo invece verso Ercolano.

La nostra meta è Radio Sianiqui si trova il nostro “report di monitoraggio civico” con tutte le informazioni che abbiamo raccolto.

Radio Siani  è una stazione radiofonica gestita da un gruppo di giovani attivisti stanchi di avere paura della guerra di camorra e di vedere il nome del proprio paese comparire sulle prime pagine dei giornali solo per la conta quotidiana di morti ammazzati. La Radio è collocata in un appartamento confiscato nel 2009 all’allora capo emergente di Ercolano.

Il bene da monitorare l’ho quasi scelto io. Avevo 19 anni e studiavo a Napoli quando Giancarlo Siani , un giornalista precario che faceva solo il suo lavoro con più curiosità e scrupolo di altri, fu ucciso dalla camorra con un agguato sotto casa. Ricordo la violenta emozione che mi prese quando lessi la notizia su Il Mattino, quella foto sparata a nove colonne, e la certezza che quel ragazzo poco più grande di me, di cui non sapevo nulla fino a quel momento, sarebbe diventato il mio eroe ed un punto di riferimento costante. Mi è sembrato un segno del destino, poter entrare in un luogo dedicato lui, dopo così tanti anni.

La Ercolano che ci si para davanti – mi spiace dirlo –  è veramente un brutto posto. La strada che percorriamo per arrivare a Radio Siani Radio è un unico susseguirsi di palazzi vecchi, cadenti, slabbrati, scorticati e sporchi. Anche l’androne del palazzo è fatiscente e buio. Per fortuna ad aprirci la porta c’é Giuseppe. Ha una bella faccia pulita su cui ha fatto crescere la barba, forse per provare a sembrare più vecchio (e più temibile) ma ha meno di 30 anni e mi conquista subito. Ci racconta la storia del bene, la lunga sanguinosa guerra di camorra precedente alla confisca, la nascita quasi casuale e poi via via più forte di una coscienza civica cittadina, coagulatasi Intorno a Radio Siani. Ci racconta le molte attività di cui si sono fatti portatori, i laboratori, il lavoro con le scuole, la rete di associazioni civiche con le quali sono collegate. Ci racconta i successi (le mamme di famiglie legate alla camorra che dopo molta diffidenza oggi portano a Radio Siani i loro figli, ” Così almeno sono lì, invece che in mezzo ad una strada “), gli insuccessi (difficoltà a farsi ascoltare dall’Amministrazione, soprattutto) e le speranze, prima fra tutte quella di poter vivere di questo impegno. 

La discussione sui contenuti delle schede, il giorno dopo, si accende di molte visioni diverse. Sentiamo tutti forte la responsabilità di quello che racconteremo e di quello che ci hanno raccontato i gestori dei beni con i quali abbiamo parlato. Fermo restando – come ci ricorda Paola – che l’obiettivo primario di Monithon è quello di mobilitare la coscienza civica dei cittadini, in particolare per il monitoraggio dei beni confiscati alla criminalità organizzata emergono prepotenti alcune esigenze:

  1. Avere maggiori informazioni sui beni confiscati e non ancora assegnati; non solo dove sono e di che tipo sono, ma anche per esempio in che condizioni sono e se ci sono “eredità” scomode quali utenze non pagate o ipoteche;
  2. Avere maggiori informazioni sulle imprese per i lavori di ristrutturazione o di manutenzione; non di rado è capitato che le imprese chiamate a ristrutturare i beni abbiano fatto opera di boicottaggio montando porte o pannelli solari al rovescio, impianti elettrici non a norma, tubi danneggiati e così via. Tempo e soldi buttati e la camorra che è uscita dalla porta per rientrare dalla finestra: l’ideale sarebbe avere una “lista bianca” di imprese dichiarate virtuose sulla base della qualità e puntualità ed economicità dei lavori effettuati.

Lasciamo Napoli con molte idee che ci girano in testa. E – ancora meglio – con un sacco di amici nuovi con i quali rivedersi al più presto. Per andare avanti.

Civic hacking e l’esperienza della memoria

Ci avviamo in una stradina che si arrampica per salire la collina, su il Castello di Ottaviano che da qualche anno ha riconquistato il suo nome. Durante gli anni 80 il Castello Mediceo era, nell’immaginario collettivo, il Castello di Cutolo, quartier generale della NCO. Un immaginario costruito sulle inchieste, i racconti, le storie e rafforzato all’esperienza visiva con il film Il Camorrista di Giuseppe Tornatore, del 1986, che li ambienta alcune scene. Su per la stradina una decina di persone che, poche ore prima, si erano riunite e conosciute con l’obiettivo di monitorare l’assegnazione dei beni confiscati alle mafie attraverso una visione che catalizza forze civiche e che lega il progetto Monithon e Open Pompei. Sono un gruppo di civic hacker, di diversa esperienza, impegnati a praticare gli open data e a monitorare l’impiego dei fondi europei. Si muovono spinti da una curiosità intellettuale sulle forme e i processi capaci di “rendere abili” il più vasto numero dei cittadini su questi temi. Con lo stesso spirito, parte del gruppo qualche settimana dopo si ritrova a sorridersi Bologna, a Spaghetti Open Data 2014.

Su per la salita queste forze vengono confortate dalla presenza del castello, perchè la strada di accesso che porta al parcheggio, cantierizzata e forestizzata, continuava a restituire la sensazione di aver sbagliato direzione e ad ammonire che di li a poco, si sarebbe tornati indietro a chiedere le indicazioni. Occhi, orecchie e mani, supportati da macchine fotografiche, telecamere e taccuini,  vengono accolti nel presidio di Legambiente di Ottaviano e si dispongono attorno a un tavolo pronti ad ascoltare, domandare, riflettere, documentare, e a domandare ancora.Veduta

Perchè ciò che emerge a qualche minuto dall’incontro con i nostri interlocutori –  Pasquale Raia (Legambiente ) e Antonio D’Amore (Libera) – che ci accompagnano alla scoperta del Castello, non è la storia di questo bene, ma quella di una cittadina di provincia che tra gli anni settanta e gli ottanta sale agli onori della cronaca nera nazionale come il centro di una rete criminale le cui reti vanno bel oltre la dimensione regionale. Attraverso il monitoraggio del bene e la redazione della scheda  che ci apprestavamo a compilare, l’incontro di Ottaviano si anima di racconti su persone, amministratori, giovani attivisti e su cosa è stato ed è la presenza della camorra nei territori vesuviani.

Per chi, come me, ha studiato gli effetti del Terremoto del 1980 in Campania –  conoscendo le inchieste e i verbali delle due principali commissioni parlamentari d’inchiesta che si sono occupate dell’argomento (quella sul Post-terremoto e quella sulla Camorra) – il racconto è noto, mentre dal fondo carsico del vissuto dei  nostri interlocutori emerge la storia di una generazione, giovane 30 e 40 anni fa, che per sopravvivere andò via di li. Ancora oggi entrambi i nostri accompagnatori abitano altri territori, seppur limitrofi, e tornano ad Ottaviano per portare avanti quelle azioni di riconquista dei territori coinvolgendo le più ampie risorse possibili a prendersi cura del Vesuvio attraverso il Castello e delle altre aree della città attraverso il Museo Aperto (altro bene monitorato).

Quando torniamo a occuparci del Castello – entrando in esso solo dove è possibile (perchè il primo piano è un cantiere) – veniamo accolti dalla storia: quello della famiglia dei Medici e delle sue principesse che ne ereditarono e abitarono il bene fino ai primi anni 70, accompagnata da stemmi, affreschi, architetture; quella più oscura degli anni successivi, dei cutolinani con gli abusi edilizi, e poi quella degli anni dell’abbandono, dei mobili antichi lanciati dai balconi e delle azioni per affermare, anche con una semplice insegna, che quel luogo era ora del Comune e, infine, quella della stessa amministrazione che preferiva che “altri” apponessero il cartello.  Quando provo ad approfondire la storia della Nco al castello trovo una certa riluttanza del mio interlocutore, più incline a dare forma a quella che dal medioevo si ferma all’alba degli anni 70 e, con un salto temporale, riprende ora con i disabili che coltivano l’orto, con l’Ente Parco Nazionale del Vesuvio che gestisce i piani terra e con il Comune che sta ristrutturando il piano superiore e tutti i dubbi sulla sua definitiva destinazione d’uso.

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Nonostante il ruolo ricoperto dell’immaginario collettivo la simbolizzazione emozionale della confisca del Castello e nonostante la figura “civica” del mio interlocutore sia costruita proprio sulla lotta alla Camorra, la storia delle pratiche cutoliane nel castello (i summit, i luoghi, gli ingressi, le sentinelle) cade nell’oblio, viene tacciata di spettacolarizzazione e rimossa come un tabù. Eppure dare voce a questa storia, per quanto sia mai del tutto vera, catturerebbe quelle generazioni che non la hanno vissuta e quelle che la hanno solo immaginata, racconterebbe con una diversa memoria dello sguardo, dell’attivismo presente nel territorio, della costruzione assidua di reti di prossimità, del senso dell’esperienza nella cura di un bene confiscato. Ma forse questo racconto è ancora lontano dal quel momento in cui si decide chi ha vinto e chi ha perso, perchè chi costruisce la storia, dando voce alla memoria collettiva, è sempre il vincitore.  Forse questa storia, per ora, non ha ancora deciso chi sono gli invasori e chi i conquistati. Forse per questo, uno dei nostri interlocutori non ha detto che i disabili che si occupano dell’orto nel castello sono i “suoi” disabili, inseriti in un progetto di una cooperativa sociale (cosa che abbiamo scoperto il giorno dopo lavorando tutti insieme a compilare la scheda e a cercare informazioni in rete).

Però, poi c’è ancora un’altra storia da raccontare, quella di una istituzione che in questo mezzogiorno d’Italia, sta a presidio di un bene e di un territorio: l’Ente Parco Nazionale Vesuvio, affidatario di parte del Castello. E’ questo ente che permette che il bene confiscato sia continuamente assediato con uffici, riunioni e iniziative, che sia la cerniera tra due luoghi potenzialmente esplosivi: una cittadina in cui abitano ancora moltissimi componenti della criminalità organizzata e il Vesuvio contemporaneamente rischio e risorsa di questo territorio.

Ma questa è un’altra storia.

Buon civic hacking a tutti,

Ilaria Vitellio

Una mattinata perfetta – il Monithon a Potenza

La sensazione, a parlarne dopo tre giorni, ad emozioni (appena) sopite, è che sia successo qualcosa di bello, sabato 22 febbraio. Perché si sono coagulate intorno ad un’idea gruppi di persone, organizzazioni, professionalità, singoli cittadini che sarebbe stato difficilissimo mettere insieme volutamente, con una pianificazione ordinata e scientifica.
E poi c’era il sole, dopo settimane di grigio e di pioggia.
Ci siamo visti tutti davanti a Cibò, ormai diventato covo di innovatori sociali in generale e di cittadini monitoranti in particolare. C’eravamo tutti: Roberta, Michele, l’altro Michele, Sara, Tiziana e almeno altre 10 persone.
Il caffè. La distribuzione delle spillette con il logo Monithon. L’organizzazione (forse organizzazione è una parola grossa, diciamo piuttosto il “io vado lì, chi viene con me?”). Un sorriso per le telecamere 🙂

E si va.

Io sono con Peppe, Elena, Michele, Decio. Soprattutto sono con Sara “farfallina d’acciaio” Lorusso, una giovane brillante giornalista de Il Quotidiano della Basilicata.   La nostra meta è Largo D’Errico, in pieno centro storico di Potenza. Lì c’è un palazzo appartenuto ad una famiglia storica della città, ora di proprietà del Comune, che grazie ai fondi di coesione sta tentando di ricavarne uno spazio espositivo, per completare il “polo museale” del centro, insieme al Museo Nazionale Dinu Adamestaenu, che affaccia sulla stessa piazzetta. Imploso durante il terremoto del 1980 (erano crollati tetto e solai, miracolosamente in piedi le mura esterne), e rimasto a lungo inaccessibile e diroccato, Palazzo D’Errico  è stato oggetto di  varie ipotesi di riutilizzo del bene. Fino ad alcuni anni fa, quando in occasione del Bicentenario di Potenza Città capoluogo l’amministrazione lanciò l’idea di farne un polo museale dedicato al Risorgimento. Tra mille difficoltà di gestione e rimodulazione dei fondi e continui stop al lavori, il cantiere – terminata la messa in sicurezza – è da tempo in una fase di stasi.

In effetti lo spettacolo non allarga il cuore: il palazzo è interamente circondato da impalcature. I teli antipolvere ondeggiano, e tutto intorno c’è una recinzione che rende il sito inaccessibile. Facciamo qualche foto, dall’esterno. Stiamo quasi per andarcene, un po’ delusi, quando ci rendiamo conto che qualcuno ci sta guardando, con benevola curiosità. Ci presentiamo. Lui è il signor Paolo, ha una bottega di barbiere nel vicoletto che dà sulla fiancata di palazzo D’Errico, e sa tutto di quel luogo. Sara non se lo lascia sfuggire, e si fa raccontare tutta la storia. Il signor Paolo ha perfino una foto storica, dentro la sua bottega, nella quale ci invita ad entrare, di com’era largo D’Errico prima del terremoto, negli anni ’70 (le interviste e il video del sopralluogo sono state allegate alla scheda di monitoraggio). Un altro pezzo di mondo, rispetto ad ora: nel cortile c’era un’edicola di giornali, di cui alcuni di noi si ricordavano, e di cui possiamo ora testimoniare l’esistenza.

Ce ne andiamo. A Piazza del Sedile, poche decine di metri più in là, un altro colpo di fortuna: incontriamo il sindaco di Potenza che esce dal Municipio. Altra intervista, altre foto.

Ormai abbiamo tutto quello che ci serve per compilare la scheda.
Il sole c’è ancora.
Come dicevo, una mattinata perfetta.

“Matera è, come tutta la Lucania, terreno adatto agli esperimenti sociali”: verso la maratona di monitoraggio del 22 febbraio.

Le parole del titolo sono del giornalista Guido Piovene e sono tratte da Viaggio in Italiasaggio scritto a seguito dei suoi viaggi effettuati su incarico della Rai tra il 1953 ed il 1956. 

Negli anni ’50, a seguito dello sgombero dei Sassi, la città di Matera divenne un laboratorio di innovazione sociale. La Commissione per lo studio della città e dell’agro di Matera, istituita da Adriano Olivetti, curò la progettazione e la creazione di nuovi quartieri, avvalendosi non solo di urbanisti ma anche di esperti in diverse discipline quali storia, demografia, economia, urbanistica, paleoetnologia, sociologia. Tra i quartieri così nati c’è il borgo La Martella. Le speranze di sviluppo, alimentate dalle leggi della Riforma Agraria, furono disilluse dai processi di trasformazione socio-economica e dal declino della cosiddetta “civiltà contadina” che hanno cambiato la fisionomia del Sud d’Italia.

La Martella ha così sofferto il degrado che affligge tutte le periferie. La candidatura di Matera a Capitale della Cultura Europea 2019 è divenuta un’occasione per ripensare alla riqualificazione di quel borgo nato su altissime basi metodologiche e progettuali perché progettato come città del futuro. E col Piano Città si sono trovate le risorse economiche con cui avviare questo processo.

In occasione della maratona del 22 febbraio sarà monitorato il progetto di riqualificazione del Teatro la Martella, i cui lavori sono stati già avviati.

Tra i progetti previsti dal Piano Città di Matera c’è anche la ricostruzione della scuola di Via Bramante (uno dei plessi scolastici più importanti, frequentato da 600 bambini), chiusa con ordinanza sindacale nell’agosto 2012 perché giudicata inidonea dal Centro di competenze sul Rischio Sismico della Regione Basilicata.

La ricostruzione della scuola di Via Bramante non è stata ancora avviata, ma le aspettative sono alte. L’assessore all’Urbanistica del Comune di Matera, Ina Macaione, ha presentato la futura scuola come il primo edificio scolastico 2.0 del Sud Italia, le cui realizzazione sarà improntata a questi principi: “risparmio energetico, massimo soleggiamento, verde, tempi e costi controllabili, economicità, velocità e sostenibilità”.

I genitori degli studenti dell’ex plesso di via Bramante vorrebbero perciò seguire con continuità i lavori, una volta che essi saranno avviati. Quindi nello stesso 22 febbraio sarà annunciata la seconda iniziativa dei monithorers materani: il monitoraggio permanente della scuola di via Bramante, che sarà coordinato durante il suo svolgimento da Rena.

Il tavolo di lavoro su Monithon sarà guidato da Mariella Stella, dalle h. 15.00 alle h. 19.00 presso Palazzo Lanfranchi.

Lucania s’è desta per Monithon 2014

Vivo a Potenza dalla nascita, e sento di non sbagliare se dico che nella mia regione, la Basilicata / Lucania (come preferite) da qualche anno qualcosa si muove. Un movimento lento e un po’ sotterraneo, defilato, come è costume delle mia gente (“Il lucano, più di ogni altro popolo, vive bene all’ombra“, diceva Sinisgalli) ma di giorno in giorno più evidente. Abbiamo deciso, in pochi concitati giorni e dopo uno scambio di concitati brevi tweet, di aderire a Monithon, una delle cose più mobilitanti che si potevano fare per celebrare l’Open Data Day 2014. E’ stata determinante la collaborazione di Apofil, l’agenzia di formazione ed orientamento della provincia di Potenza, che ha tirato dentro le scuole, perchè il monitoraggio civico si impara da piccoli.
Ma ci sono rivoli ed addentellati di gruppi di cittadini partiti prima, o durante, o subito dopo di noi.
Provo a riassumere.

Monitoraggi organizzati con Apofil e con le scuole (per info – Ida Leone o Franca Coppola):

Monitoraggi organizzati da gruppi di cittadini:

Tutti i monitoraggi, in particolare quelli che hanno a che fare con i beni culturali, sono realizzati a sostegno della candidatura di Matera a Capitale Europea della Cultura per il 2019.

Foto di Donato Fusco.

 

Come si investe nella cultura? Vieni a scoprire il progetto di riqualificazione del Museo Egizio di Torino.

È importante esser consapevoli che la cultura è un settore economico, che produce utili e genera occupazione. Nonostante in Italia vi sia un patrimonio storico, architettonico e culturale immenso, spesso viene considerato dai decisori, dai media e dai cittadini solo un costo, un settore inutile all’economia e alla nostra vita. Nulla di più sbagliato.
Noi crediamo che la cultura, come il turismo, sia uno dei punti di forza della nostra società e che possa esserlo anche della nostra economia. Servono quindi ora politiche, piani, progetti e investimenti: strumenti indispensabili per tramandare la bellezza e creare lavoro e occupazione nel settore.
A Torino, grazie a fondi europei, nazionali e regionali, si sta realizzando un grande progetto di riqualificazione del Museo Egizio. L’intervento prevede oltre 3 anni di lavoro per un importo di oltre 15 milioni di euro e consentirà di restaurare, ampliare e mettere in sicurezza il museo. L’iniziativa permetterà così una migliore fruizione e valorizzazione dell’imponente collezione di opere e beni, seconda al mondo dopo quella del Cairo.

Il progetto è in corso e sono già stati effettuati e pagati lavori per oltre 2/3 del totale. In occasione dell’International Open Data Day del prossimo 22 febbraio faremo una visita di monitoraggio civico per scoprire il progetto e verificare l’avanzamento dei lavori.

Questo è il programma della giornata:
9.45: ritrovo davanti al museo
10.00: incontro con i rappresentanti della Fondazione museale e della Zoppoli e Pulcher, impresa che sta realizzando dei lavori
11.20: visita guidata al museo (ingresso + guida ad un costo totale di circa 10/12 euro, in funzione del numero dei partecipanti)

Insieme scopriremo come si investe nella cultura e come si stanno impegnando a questo fine le risorse comunitarie, nazionali e regionali!
Se volete partecipare, iscrivitevi con una mail a  piemonte@monithon.it  lasciando nome, cognome e numero di telefono entro venerdì 21 febbraio. Vi sono 25 posti disponibili, se volete partecipare, affrettatevi!!!
Alcuni di noi, promotori della visita a Torino, sono anche rintracciabili su Twitter: Europe Direct Torino@urukwavu@ire_rete,  Paola Chiesa o Lorenzo Benussi.

Nasce Monithon Calabria

Siamo ragazzi calabresi che nell’anno accademico 2011/2012 hanno frequentato il Master in  ”Marketing Intelligence e Tecniche di Mercato per Energia e Ambiente”, promosso dall’Istituto Piepoli e dall’Università “Dante Alighieri” di Reggio Calabria.

Da poco abbiamo deciso di intraprendere una nuova sfida, creando un’Associazione di Promozione Sociale e legandoci ad un’iniziativa indipendente di monitoraggio civico di progetti finanziati dalle politiche europee conosciuta come Monithon.

Dapprima tutto è partito da un’idea della dott.ssa Filomena Tucci e dalla voglia di rendere la Calabria protagonista di un’iniziativa globale, l’“Open Data Day”, che si terra giorno 22 febbraio 2014,  per fare e diffondere i dati aperti.

In ogni parte d’Italia le persone si incontreranno online o di persona per costruire valore sui i dati aperti. Chiunque è invitato a partecipare: dai cittadini curiosi ai giornalisti, dai programmatori agli scienziati, dai designer agli esperti di dati.

Qui nasciamo noi: un gruppo di professionisti, cittadini, utenti, consumatori vogliosi di capire quali sono le opere finanziate con fondi pubblici, le problematiche sottese ai lunghi tempi necessari per la realizzazione di un progetto, le difficoltà sopraggiunte, i correttivi per accelerare i tempi tecnici, così come esaltare le vittorie ottenute nel nostro territorio.

Monithon Calabria vuole essere, pertanto, una finestra positiva tra i cittadini e la Pubblica Amministrazione.

Le nostre fonti principali sono OpenCoesione e Monithon.it i primi portali telematici ed interattivi sull’attuazione degli investimenti programmati nel ciclo 2007-2013 da Regioni e amministrazioni centrali dello Stato con le risorse per la coesione.

I dati sono pubblicati perché i cittadini possano valutare se i progetti corrispondono ai loro bisogni e se le risorse vengono impegnate in modo efficace. Ma i dati hanno bisogno di un interprete ed è proprio in quest’attività che la nostra associazione si vuole rendere utile.

Attualmente stiamo lavorando nel territorio di Cosenza dove abbiamo trovato un’amministrazione collaborativa e smart, che ha creduto in noi e nella nostra iniziativa.

Nel Comune di Cosenza l’assessore all’innovazione, dr. Geppino De Rose, sta da tempo  lavorando al rilascio di Open Data e parteciperà all’evento internazionale open data day, come da programma.

Anche per questo abbiamo deciso di partire da qui, da Cosenza, con il monitoraggio di un progetto di social innovation.

Proprio da Cosenza, tra l’altro, Sabato 22 Febbraio 2014, nel giorno della maratona nazionale di monitoraggio civico, presenteremo il nostro progetto alla stampa, agli attori locali, agli stakeholders, alla scuola e all’università.

Ci proponiamo di diventare un movimento trainante della società, coinvolgendo direttamente i cittadini nell’attività di monitoraggio.

Vorremmo diffondere la cultura degli open data, ampliare la consapevolezza e il libero uso degli stessi attraverso contatti fra persone, aziende ed associazioni ed anche stimolando gli enti pubblici con azioni, proposte e progetti, al fine di rendere accessibili ed utilizzabili i dati.

Saranno nostri complici le nuove generazioni, i reali fautori di una rivoluzione culturale volta a conoscere, salvaguardare e valorizzare il nostro territorio e le new ideas.

Invitiamo, pertanto, tutti coloro che volessero condividere il nostro viaggio a salire a bordo e prendere contatti con Monithon Calabria.

I giovani di Monithon Calabria

 

Monithon all’Open Data Day 2014

Il 22 febbraio sarà organizzato in tutto il mondo l’Open Data Day (ODD).

Che cos’è l’ODD? Sul sito di Open Knowledge Foundation si legge che “l’Open Data Day  è una iniziativa globale organizzata dalla comunità open data per fare e diffondere i dati aperti. In ogni parte del mondo le persone si incontreranno online o di persona per costruire valore sui dati aperti. Chiunque è invitato a partecipare: da cittadini curiosi a giornalisti, da programmatori a scienziati, da designer ad esperti di dati

Monithon Toolkit_coverChe ne dite di lanciare in ogni città una maratona di monitoraggio dei progetti finanziati dalle politiche europee?  Questo tipo di monitoraggio civico dei finanziamenti pubblici usa gli open data del portale OpenCoesione come punto di partenza per sapere dove sono e cosa fanno i progetti EU per poi farci una visita: i soldi sono spesi bene? Ci sono problemi o ritardi? Quali idee o soluzioni si possono proporre?

La proposta è quindi di fare un Moni-thon in tutte le città che aderiranno all’Open Data Day (qui un elenco in aggiornamento, vedi anche il gruppo su Google Plus e su Facebook).  E, visto che è importante prepararsi prima, la redazione di Monithon ha preparato una piccola guida per diventare un perfetto monithorer in sei semplici mosse.

Ecco a voi il Monithon Toolkit

Il nostro supporto.  La community di monithoners è disponibile a supportare tutti gli interessati che decideranno di fare un monithon nella giornata del 22 febbraio nella fase di individuazione  dei progetti, nella definizione di una scheda di monitoraggio personalizzata ed in genere per qualsiasi dubbio.

Se stai organizzando l’OpenDataDay nella tua città o semplicemente vuoi fare la tua prima esperienza di monitoraggio civico scrivi un messaggio sulla nostra mailing list oppure a redazione@monithon.it 

Alcune città hanno incluso il monitoraggio civico tra gli eventi della giornata (es. una track dell’hackathon), mentre altre parteciperanno all’Open Data Day proprio a partire dall’organizzazione di un Monithon.   Abbiamo proposto poi di partecipare all’evento “hub” di Roma collegandoci in remoto con i “Monithon in corso” nelle varie città.

Sul nostro blog pubblicheremo man mano gli eventi e i temi scelti, i progetti più interessanti, la cronaca della giornata e i risultati ottenuti.

Ecco le città che hanno già deciso di aderire (o ci stanno seriamente pensando!):

  • Bari – monithon è nella bozza di programma come una delle track del pomeriggio. A condurre le danze ci saranno Paola Liliana ButtiglioneChiara Ciociola
  • Cosenza – primo Monithon in Calabria, da un’idea di Milly Tucci e grazie ai Dataninja Alessio Cimarelli e Andrea Nelson Mauro.  Calabresi, unitevi alla discussione  in corso sul gruppo Facebook “Monithon Calabria“!
  • Finale Emilia (Modena), una delle città emiliane terremotate e seguite da Open Ricostruzione. E’ in programma un laboratorio di crowdphotography sugli interventi finanziati .. e forse altro..
  • Cagliari – il monitoraggio civico è abbinato a una specialità di Sardinia Open Data, un divertente mapping party! Citofonare Andrea Zedda.
  • Palermo – è in corso riflessione e scelta dei progetti. Il tema più gettonato per ora: la mobilità. Ovviamente, quando di mezzo c’è Giulio Di Chiara 🙂
  • Trento – allo studio il primo Monithon 4 Business sulle imprese che hanno ricevuto finanziamenti europei. More news soon!

Idee di monithon stanno bollendo in pentola anche in altre città come Matera, Lecce e Torino.

Come organizzare un’operazione di monitoraggio civico: una ricerca sull’#ILVA.

Riproponiamo il post pubblicato su Open Data Bari con ottimi suggerimenti per avviare monitoraggi civici nell’area dell’Ilva.

Ambiente, riqualificazione territoriale e inclusione sociale: quanti interventi possono essere riconducibili alla complessa vicenda dell’ILVA di Taranto? A partire dai dati aperti disponibili su Open Coesione è possibile adottare uno di questi progetti, seguirne l’andamento e valutare l’impatto reale sul territorio, attraverso l’osservazione diretta sul campo.

Questo post è un esempio di come avviare un’indagine di questo tipo e può costituire un buon punto di partenza per le associazioni locali per recarsi fisicamente sul posto e toccare con mano lo stato delle cose.

Prendiamo in considerazione 2 comuni, in relazione alla loro vicinanza con gli stabilimenti Ilva: Taranto e Statte. Per semplificare la consultazione, abbiamo scaricato dal portale i dati in formato csv per evidenziare i finanziamenti erogati per l’ambiente nelle due città rispetto agli altri temi toccati dalle risorse della politica di coesione.

L’ambiente rappresenta il terzo tema per ammontare di finanziamenti, per la maggior parte provenienti da delibere del CIPE che utilizzano il Fondo di Sviluppo e Coesione.

Nella mappa, i pallini rappresentano i vari progetti finanziati. Le tinte più scure corrispondono alle aree con maggior concentrazione. Poiché su OpenCoesione non sono disponibili tutti gli indirizzi degli interventi, è stato possibile geolocalizzare solo un terzo dei progetti.
Basta cliccare sui pallini per reperire maggiori informazioni su ciascun progetto: titolo, tema, ammontare del finanziamento e link alla scheda di OpenCoesione.
La maggior parte dei progetti si concentra nel centro città. Alcuni progetti sono localizzati nei quartieri “a rischio” di Taranto: Tamburi (area verde), Paolo VI (area azzurra) e aree più prossime allo stabilimento dell’ILVA (area viola scuro).

Nello specifico scopriamo che, per i 2 comuni considerati, ci sono 12 progetti con tema Ambiente: 7 a Taranto, 5 a Statte.

Uno studio più approfondito dei progetti ci ha permesso di individuare quelli collegati in qualche misura all’ILVA. Alcuni di questi sono previsti dall’Atto di intesa del 26 luglio 2012, sottoscritto da Governo, Regione Puglia, Comune e Provincia di Taranto.  L’atto prevede interventi per l’Area Portuale, bonifiche, rilancio industriale e Smart City. La realizzazione del Protocollo è stata affidata a due Commissari: l’Autorità Portuale di Taranto ed il Commissario per le Bonifiche (Comunicato stampa della Regione Puglia ed articolo del Sole 24 Ore).

Le zone interessate dalle bonifiche sono Rione Tamburi, area industriale di Statte e Mare Piccolo. In particolare, i progetti previsti dall’Atto di intesa sono:

  1.  bonifica di cinque scuole del rione Tamburi (Deledda, De Carolis, Gabelli, Vico e Giusti): avrebbe già dovuto concludersi prima dell’inizio dell’anno scolastico, ma c’è stato uno slittamento all’inizio del 2014;
  2. bonifica del Mare Piccolo: attualmente è ancora in corso lo studio dell’Arpa Puglia, che valuterá sostanze inquinanti ed andamento delle correnti marine. L’analisi dell’ARPA dovrà stabilire la metodologia più appropriata e quali altre sorgenti inquinanti, dopo la chiusura degli scarichi di fogna, sono ancora attive. Nel 2005, poiché non era stata definita una chiara strategia d’intervento, sono stati persi 25 milioni di euro inizialmente destinati alla bonifica di 170 ettari del Mare Piccolo. Il finanziamento venne dirottato dalla Regione Puglia all’area marittima del Comune di Manfredonia;
  3. bonifica dell’area industriale di Statte: dal comunicato stampa della Regione apprendiamo che sono appena iniziati i “carotaggi per i saggi del terreno (…) a ridosso dell’area industriale, che permetteranno le opportune valutazioni tecniche ed una più puntuale progettazione degli interventi si bonifica;
  4. bonifica dell’ex sito Matra, già conclusa e ricordata nel rapporto Arpa sulle aree SIN – siti d’interesse nazionale – in Puglia

Altri interventi che potrebbero essere monitorati riguardano la riqualificazione dei quartieri Tamburi e Paolo VI attraverso progetti di inclusione sociale, come per esempio:

  1. la Casa Famiglia per persone con problematica psicosociali;
  2. il progetto “Ossigenarsi a Taranto – La nuova drammaturgia racconta Taranto”, promosso dalla compagnia Crest nel teatro Tatà (nel quartiere Tamburi) all’interno del progetto “Innovazione delle rete delle residenze teatrali”;

Per il comune di Statte la riqualificazione della periferia attraverso il PIRP Statte – Piano integrato della riqualificazione delle periferie.

11 punti per definire l’identikit di un cittadino “monitorante”

Quando prepariamo una torta e la mettiamo in forno è fondamentale controllarla periodicamente per verificare che la cottura vada a buon fine e che l’impasto lieviti per bene. In quell’istante stiamo “monitorando”, ovvero verifichiamo che il risultato ottenuto sia conforme alle nostre attese.

Allo stesso modo, quando paghiamo le tasse (che sono un pò come gli ingredienti della nostra torta) abbiamo il diritto di ricevere dei servizi funzionanti, ovvero il godimento della torta stessa, calda e morbida.

Sebbene possa sembrare un paragone alquanto astratto, ricevere un servizio pubblico è frutto di una serie di azioni e attività programmate, inserite in un arco temporale e portate avanti da precise figure professionali, posto un budget predefinito.  Non tutti ancora percepiscono tale iter, dando per scontato che qualsiasi opera pubblica realizzata sia in realtà la reincarnazione della perfezione e dunque risponda ad ogni singola esigenza collettiva, anche la più maniacale.

In realtà ogni step progettuale è ideato e gestito da uomini (non da macchine) e può contenere bug, incoerenze o può necessitare di modifiche in corso.

Per tali ragioni, e per tante altre, i cittadini non devono subire passivamente questi eventi, rendersi partecipi alla vita della propria città monitorando ciò che avviene sotto il portone di casa, mantenendo il profilo di utilizzatore finale, non di progettista.

Nella personale esperienza ho riscontrato una serie di caratteristiche ricorrenti tra coloro che io mi sento di definire dei “cittadini monitoranti“. L’elenco delle peculiarità seguenti è assolutamente personale e servirà al lettore, quasi per gioco, ad identificare in se stesso e nei propri conoscenti quell’anima “monitorante” che auspico venga coltivata in ogni abitante di una “civitas”:

  1. attaccamento al territorio: soltanto chi ha a cuore le sorti della propria terra sarà interessato a conoscere cosa avviene nel proprio territorio
  2. curiosità: è l’ingrediente che muove il mondo. Avere una buona dose di curiosità distingue un cittadino comune da un altro che non subisce passivamente tutto ciò che lo circonda
  3. spirito di osservazione: saper scatenare la propria curiosità a partire dall’osservazione anche di un piccolo dettaglio genera meccanismi virtuosi di ragionamenti che inducono ad informarsi, documentarsi ed esprimere opinioni oggettive.
  4. oggettività: un buon cittadino monitorante non ragiona con pregiudizio e in preda alla disinformazione. Viceversa, prova a documentarsi quel tanto che basta per poter esprimere il proprio punto di vista.
  5. disponibilità al movimento: monitorare significa anche essere disposti a spostarsi per osservare o reperire un’informazione. Nessuna informazione cadrà dal cielo o si troverà magicamente stampata all’interno della nostra buca delle lettere. In genere, i ciclisti sono molto avvantaggiati in tal senso, perché dal loro mezzo riescono ad avere maggiore libertà di movimento e capacità di osservazione a 360°.
  6. passione: è innegabile che un pizzico di passione sia indispensabile. Essa può essere declinata in base alla propria formazione professionale (ad esempio è inevitabile che un ingegnere dei trasporti segua l’evoluzione del tram sotto casa), alle proprie attitudini (un ciclista sarà vigilante sul grado di sicurezza della pista ciclabile appena realizzata) o semplicemente alle sorti del proprio territorio.
  7. “diffidenza”:  scritto tra virgolette perché si intende quella diffidenza dal recepire come “vera” ogni informazione che si riceve dall’esterno (giornali, media, politica).
  8. capacità relazionali: sebbene non sia richiesto fare dei provini televisivi, saper reperire informazioni o proporre delle idee implica contatti umani (responsabili di aziende, assessorati, uffici etc) che vengono compromessi nel momento in cui non ci si pone con la giusta dose di rispetto per la disponibilità e la  professione altrui.
  9. propositività: lamentarsi è una attività fine a se stessa qualora non accompagnata da un’indicazione o un suggerimento propositivo. Saper muovere una critica implica una serie di condizioni di cui al punto 4, 7 e 8, ma generalmente accompagnare ad essa un’idea o una visione aiuta a comprendere il motivo della critica stessa. Più in generale, essere propositivi agevola i rapporti umani con gli interlocutori e il raggiungimento di un obiettivo nel minor tempo possibile.
  10. condivisione: un cittadino monitorante deve saper condividere le informazioni in suo possesso con altre persone, al fine di intercettare diversi punti di vista e avviare un confronto oggettivo sulla questione. Ancorarsi sulle proprie posizioni spesso scaturisce osservazioni sterili o superficiali.
  11. costanza: l’ingrediente fondamentale che sta alla base dei 10 punti precedenti. Monitorare qualcosa non lo prescrive il medico e implica una serie di circostanze e contesti che possono indurre a perdere facilmente la pazienza. Perseverare in tal senso è l’unico modo per provare a ottenere le risposte desiderate.

E non dimenticate una macchina fotografica!

Giulio Di Chiara

(foto by http://www.siamoalcompleto.it/)

Iniziamo a raccontare storie…

Abbiamo già raccontato in questo blog come è nato il report di monitoraggio  curato dall’associazione AkuBari sul Collegamento Bari – Aeroporto.  AkuBari ha particolarmente a cuore questo progetto in virtù di un interesse specifico legato alle sue attività, finalizzate a spingere la città di Bari ad aprirsi verso l’esterno attraverso la valorizzazione del suo patrimonio culturale, per attirare e consolidare il flusso turistico attualmente sottodimensionato.

Non potevamo perciò non scrivere della pubblicazione di un secondo report di monitoraggio sullo stesso progetto curato dal giornalista Lino Castrovilli!

Rispetto a quanto avevamo riportato qualche mese fa nel nostro monithon, il nuovo report evidenzia una serie di difetti di comunicazione che ci erano sfuggiti. Ed inoltre continua a lamentare la mancanza di una convenzione con la Ferrotramviaria per agevolare i lavoratori pendolari che si recano ogni giorno in aeroporto.

In queste poche righe, dal confronto tra due report di monitoraggio sullo stesso progetto, ho iniziato a raccontarne la storia.

Vari report di monitoraggio civico sugli stessi progetti servono proprio a questo. Seguire, “adottare” i progetti pubblici dalla loro nascita fino agli impatti che avranno nel tempo. Le associazioni locali che hanno a cuore particolari tematiche, sulle quali sono portatrici di conoscenze e “know-how” specifici, potrebbero quindi inserire la prassi del monitoraggio civico fra i propri obiettivi. Questo consentirebbe loro di contribuire a raccogliere feedback alle amministrazioni sui progetti di cui, come tutti noi ma loro in particolar modo, sono i beneficiari ultimi.

 

Immagine derivata da http://www.knowledgextraction.com/w/File:Umarell_vettoriale.svg#filehistory
Rilasciata indownload @PaolaLilianaB

Alle pendici del magico Vesuvio

La giornata è cominciata con un viaggio sulla epica circumvesuviana, la rete ferroviaria che come un tralcio di vite abbraccia il Vesuvio e accarezza il Golfo di Napoli. Noi seguiamo il ramo che “abbraccia”, direzione Sarno, fermata: Ottaviano. Ci aspettano lì gli amici di Libera Campania per il secondo degli appuntamenti alla Summer School GIA (Giovani imprendotirialità Innovazione), dove si parlerà di politiche di coesione e monitoraggio civico, Monithon all’ordine del giorno.

Ad accoglierci Antonio D’amore (responsabile di Libera Campania), un caffè già zuccherato (in tazzina calda) e lo splendido Castello Mediceo. Il palazzo è un bene confiscato alla famiglia Cutolo: oltre 160 stanze, al margine di un bosco, una vista incredibile e accoglienti scuderie dove si è svolto l’incontro della Summer School. Sapevamo che il palazzo è oggetto di un progetto finanziato con fondi strutturali, per la creazione di un laboratorio teatrale per i giovani del luogo. Antonio su questo non sa dirci molto di più (la gestione è del Comune di Ottaviano) e comunque il progetto è avviato da poco. Tuttavia ci accompagna, stanza per stanza, e ci racconta quante altre cose si potrebbero fare lì dentro: c’è spazio per una foresteria, c’è un bellissimo cortile da dedicare alle serate estive e tante stanze da rimettere a posto e attrezzare, affrescate e davvero sontuose. Si è già provato ad utilizzare gli spazi (come in occasione di “Vesuvinum”, degustando Lacryma Christi e Catalanesca), ma farebbe comodo ottenere un finanziamento che consenta un recupero complessivo e l’utilizzo di tutte le aree. Ha sede qui l’Ente Parco Nazionale del Vesuvio che utilizza un’ala del palazzo e garantisce un presidio.

Antonio ci parla anche di altre potenzialità del luogo: le coltivazioni, dove si possono coinvolgere ragazzi disabili (- che bisogna far lavorare, per renderli indipendenti -), l’uso come base per i percorsi tra i sentieri boschivi e, come già oggi, tappa dei viaggi della legalità. Poi ci parla del “magico naturale”, retaggio di tradizioni antiche, le cui tracce si possono qui cercare, scoprire, immaginare (e in effetti.. resta insoluto il mistero di alcune finestre del palazzo che appaiono – fuori – e scompaiono – dentro – ..).

Poi fa cenno ad un secondo sito, sempre ad Ottaviano, molto vicino a questo. Confiscato a famiglie rivali. Qui a gestire l’intervento di recupero con fondi europei è l’Ente Parco in collaborazione con il circolo Legambiente intitolato a Mimmo Beneventano, nell’ambito del PON FESR Sicurezza. I lavori in questo caso sono già avanzati. Chiediamo di visitarlo.

Ecco quindi il nostro primo monithon su un bene confiscato. Parliamo a lungo con i responsabili di progetto, ne conosciamo l’orgoglio e la passione. Qui ci saranno soprattutto aree verdi, adibite a percorso della memoria, ma anche orti. C’è anche una piccola e antica cappella che potrebbe essere riconsacrata. Il fabbricato che si sta riqualificando avrà diversi usi, per attività con famiglie e minori, con disabili e un piccolo cortile attrezzato. Sarà uno spazio a disposizione della cittadinanza e dei turisti, pienamente accessibile. L’idea è fare della cultura della legalità e della cultura ambientale il cuore delle azioni che saranno realizzate. Torneremo a trovare il “Museo all’aperto”, con gli alberi della legalità già cresciuti, non appena il disegno sarà pienamente realizzato.

Verso a casa, ragioniamo su un suggestivo nesso tra pensiero magico napoletano e il nostro ruolo di “monitori”. Il mago è colui che sa cogliere i segreti della natura per piegarli a vantaggio dei propri obiettivi, lo fa concentrando su un oggetto tutta la sua forza di volontà e la passione, costringendo a volte le cose a piegarsi rispetto al loro andamento originario o atteso. Pensiamo ovviamente alla “magia bianca”, buona, e ad un beneficio che il mago vuole restituire alla comunità. Beh a noi interessano quegli obiettivi (la ‘direzione’ della magia) e ci interessa la formula (il ‘modello’ adottato). Ci fa piacere constatarne il successo (altrimenti va cambiata strategia-magia). Ci interesserebbe anche cogliere quei segreti che hanno permesso al mago di focalizzare un obiettivo e arrivare al risultato. Ci piace sapere come si fanno a vedere finestre da fuori che dentro non ci sono. Anche a questo si può arrivare, ma non è da tutti.