Politiche pubbliche per lo sviluppo territoriale attraverso la valorizzazione del Patrimonio: il caso di Pisa

Il Museo delle Navi Romane e del Mediterraneo

Già in questo post si è parlato degli interventi del PIUSS Pisa, che attraverso la valorizzazione del Patrimonio vogliono dare una nuova prospettiva di sviluppo territoriale alla città e di come la loro efficacia in questo senso sia legata al progetto del Museo delle Navi Romane e del Mediterraneo, divenuto punto di partenza per un ampio disegno di riqualificazione urbana.

Sin da subito (la scoperta risale al 1998) si erano individuati, quale sede idonea per ospitarlo, gli Arsenali Medicei della città, struttura di proprietà dello Stato dove sarebbero stati collocati i relitti e tutti i reperti rinvenuti nel corso delle indagini archeologiche.

Tuttavia il cantiere di Pisa San Rossore ha difficoltà. Nel febbraio del 2011 un’interrogazione a risposta scritta denunciava lo stallo del cantiere da oltre un anno, con le navi ancora in situ e parzialmente scavate e dunque con possibili gravi ripercussioni dal punto di vista conservativo.

“lo stesso direttore [= dott. Andrea Camilli, Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana]  sostiene inoltre che le potenzialità del cantiere sono avvilite, che vi sono emergenze che la situazione finanziaria e di carenza di personale del Ministero non sono in grado di tamponare, che i fondi per il restauro sono arrivati solo in parte, che gli scafi sono ancora in situ, e infine che non ci sono da tempo fondi sufficienti per il restauro e la conservazione temporanea dei reperti.

Nella risposta si trovano alcuni riferimenti ai finanziamenti ricevuti nell’anno precedente (100.000 euro su fondi ordinari, 300.000 euro su fondi lotto) ed al finanziamento programmato per il completamento dell’intero progetto: 6.000 euro per lo scavo e il restauro, 7.500 euro per il museo, comprensivi degli interventi di restauro e adeguamento delle strutture e dell’allestimento (forse c’è un errore nelle cifre riportate? Sembrano essere davvero troppo basse!).   

Si legge anche: “si rende noto che il museo delle navi antiche di Pisa è in via di apertura, avendo potuto usufruire di un finanziamento diretto di 600.000 euro su fondi ordinari Mibac (anno 2008) e fondi della società Arcus (euro 1.000.000).”

I lavori sono ripresi nel 2012 e sono ancora in corso. Il recupero degli Arsenali Medicei che ospiteranno il Museo delle Navi Romane e del Mediterraneo sembra giunto quasi alla sua conclusione (data degli scatti: 07/04/2015).  L’apertura è stata prevista entro il 2015. Su questa pagina facebook vengono dati aggiornamenti sul procedere del cantiere di scavo e restauro presso la stazione di San Rossore: lo scorso 1 maggio c’è stata un’apertura straordinaria con larga partecipazione di pubblico (circa 500 ingressi).

Arsenali Medicei - cartelloArsenali Medicei

Le criticità del recupero delle Navi di Pisa

La gestione del cantiere delle Navi di Pisa ha sollevato alcune polemiche ricordate anche dalla stessa interrogazione scritta:

  • tempi lunghi di scavo e restauro;
  • poca trasparenza sugli investimenti effettuati;
  • adozione di una tecnica, cosiddetta “a guscio chiuso”, per il restauro conservativo (affidato prima all’Istituto Centrale del Restauro e poi al Centro di Restauro del Legno Bagnato), sulla cui efficacia diversi specialisti hanno espresso dubbi.

Su ciascuno di questi punti, si riportano le osservazioni del dott. Carlo Beltrame, ricercatore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia (C. Beltrami, “Le navi di Pisa: una questione ancora pendente” in Archeologo Subaqueo, anno XVIII, n. 3 (54), Settembre – Dicembre 2012).

  • tempi lunghi di scavo e restauro

“In considerazione dello straordinario numero di relitti navali individuati, fortemente opinabile e da sottoporre a doverosa critica appare la decisione presa di eseguire lo scavo unitariamente per tutta l’estensione dell’area e non più razionalmente per settori circoscritti cosa che, se ha permesso di avere una panoramica ampia del giacimento, ha viceversa presentato problemi di difficilissima gestione delle attività, a causa soprattutto del rinvenimento di una quantità eccezionale di materiali archeologici, in gran parte organici e quindi fortemente deperibili (…) Questo grave errore di valutazione iniziale, mai compensato nel proseguimento delle indagini, ha dunque comportato il simultaneo scavo di tutti i relitti individuati (…) imponendo d’affrontare contestualmente gli enormi problemi di conservazione e trattamento dei legni bagnati provenienti dal sito e dai relitti, ad una scala mai tentata prima né in Italia, né all’estero con questa ampiezza e relativa difficoltà logistica e operativa”;

  • poca trasparenza sugli investimenti effettuati

Non conosciamo nel dettaglio le cifre, di denaro pubblico, spese per questo cantiere, che comunque sembra che complessivamente ammontino a ben 20 milioni di euro, per cui ci asteniamo per il momento da esprimere un giudizio sul bilancio costi-benefici” (in effetti si riscontrano difficoltà nel trovare dati univoci sul finanziamento: ad esempio in un articolo del quotidiano online PaginaQ del 24/07/2014 sono riportate ancora altre cifre, ovvero 14 mln euro per il cantiere, 500.000 euro per il restauro di Akedo, 7 mln euro necessari per completare il complesso includendo la parte già adibita a stalle nell’800, la Palazzina del Galoppo, gli uffici della Soprintendenza archeologica, il giardino e l’area confinante con l’ex Convento di San Vito);

  • tecnica “a guscio chiuso”

“un sistema di impregnazione per mezzo della kauramina una resina termoindurente a base di melammina e formaldeide. (…) Questa tecnica di restauro, già in corso di utilizzo a Pisa su alcuni relitti, non è reversibile, il legno viene praticamente plastificato e perde la sua naturale consistenza, inoltre, come dichiarato su un recente articolo di denuncia anche dal restauratore Giovanni Gallo, sbianca e perde il suo colore tanto che è necessario usare un mordente per dare ai legni un colore simile al naturale. Infine il trattamento presenta un potenziale grado di tossicità, forse cancerogeno, per gli operatori (…).

 

Yenikapi Transfer Point and Archaeological Park

Nello stesso articolo, Carlo Beltrame ricorda lo scavo delle navi del porto bizantino di Yenikapi, ad Istanbul, iniziato nel 2004: 36 relitti in un area di scavo di totali 58000 m2 (per avere un ordine di grandezza, l’area di scavo di Pisa è di 3000 m2), a suo parere una buona pratica.

“Una volta compresa l’importanza scientifica del sito e la possibilità di un ritorno di visibilità ed economico-turistico per il loro paese, e di fronte al susseguirsi delle scoperte di altri relitti, gli archeologi turchi, in stretta collaborazione tra Museo Archeologico di Istanbul (corrispondente alla nostra soprintendenza locale) e Università di Istanbul, hanno pensato bene di farsi insegnare dagli americani  [= equipe della Texas A&M University, diretta da Cemal Pulak] la metodologia e le tecniche di documentazione per poi applicarle ad oltre trenta relitti su cui hanno lavorato solo archeologi e studenti turchi. (…) Ad Istanbul, si è quindi proceduto con un’organizzazione di cantiere, sul piano logistico, encomiabile (…) Ogni elemento ligneo è stato campionato per le analisi e quindi lo scafo è stato oggetto di una precisa documentazione per mezzo della semplice, ma efficacissima, stazione totale, che ha permesso di ricavare delle piante e delle sezioni disponibili quasi in tempo reale. Ogni relitto, dopo essere stato tenuto esposto il tempo necessario per eseguire tutta la documentazione di rito (comunque poche settimane) è stato smontato in maniera da ridurre drasticamente i costi del recupero, da permettere un restauro più efficace (come noto i pezzi singoli sono gli unici che possono essere consolidati efficacemente mentre gli scafi assemblati presentano grossi problemi di restauro) e da garantire la possibilità della necessaria documentazione analitica in laboratorio preventiva al restauro”.

cronologia

Cronologia degli scavi di Yenikapi (fonte: F. Onofri, L. Zan, S. Bonini Baraldi, D. Shoup)

Per la creazione di un parco archeologico e di un museo dedicati alla valorizzazione dell’area del porto bizantino e dei resti navali è stato lanciato nel 2012 un concorso di idee vinto dallo studio newyorkese Eisenman Architects, con Aytaç Architects

Yenikapi-museum-Istanbul-Eisenman-04

Yenikapi Transfer Point and Archaeological Park

Tuttavia anche la “vicenda gestionale” di Yenikapi sembra in realtà aver avuto criticità che sarebbe interessante raffrontare in maniera più puntuale con quelle della parallela “vicenda gestionale” di Pisa:

  • tempi di scavo troppo serrati;
  • poca trasparenza sugli investimenti effettuati;
  • necessità di reperire risorse finanziarie sufficienti per il completamento del restauro conservativo e l’esecuzione del progetto di museo e parco archeologico.

Su ciascuno di questi punti, si riportano le osservazioni del F. Onofri, L. Zan, S. Bonini Baraldi, D. Shoup (F. Onofri, L. Zan, S. Bonini Baraldi, D. Shoup, Mega engineering projects and archaeological discovery. Institutional context, organizational challenges and professional issues at Yenikapı, Istanbul)

  • tempi di scavo troppo serrati (contrariamente dunque a quanto verificatosi a Pisa, dove la critica mossa è di segno opposto)

In Turchia non è applicato, come in Italia, il principio del “polluter pays”, così che l’archeologia preventiva è gestita attraverso gli organi periferici del Ministero della Cultura e del Turismo, ovvero i musei. Tuttavia nel caso di Yenikapi le risorse a disposizione del museo sono risultate insufficienti, dunque hanno dovuto essere assunti archeologi professionisti, altri specialisti ed operai da parte delle ditte che si erano aggiudicate i bandi di Metro and Marmaray projects, con prevedibili conflitti di interessi tra le due parti.

“The archaeologists were motivated by scientific considerations and would have preferred to work carefully, without attention to time schedules. The Marmaray contractors, by contrast, were paid by the cubic meter and therefore had an incentive to accelerate the excavations (..)  Because the delays were seriously affecting the cost of the overall Marmaray project, pressure was put on the archaeologists to accelerate excavation work. In response, the Ministry of Transportation demanded in April 2007 that the excavations in the Marmaray area move to a 24-hour work schedule on three shifts, seven days per week. However, working at night, especially in rainy or snowy conditions, posed problems of quality control and illicit trafficking in artifacts. According to the press, workmen were largely unsupervised during night shifts” (pp.10-11);

  • poca trasparenza sugli investimenti effettuati

“Government contracts are not public documents in Turkey, but we can reconstruct a few numbers from published sources” (p 13);

  • necessità di reperire risorse finanziarie sufficienti per il completamento del restauro conservativo e l’esecuzione del progetto di museo e parco archeologico

“With the conclusion of the Metro excavation in mid-2012, all 36 shipwrecks have been moved to desalinization pools. Istanbul University’s Kocabaş, however, estimated that conservation work on the ships would require 20 years of further work. It is not clear, however, what institutional and financial arrangements have been made to enable completion of conservation work.”

“Over eight years – and especially between 2008 and 2010 – the Yenikapı excavations were intensively covered in many media platforms, including print, television, and internet. Several major museum exhibits have focused on the site, even before completion of the excavations themselves, accompanied by scholarly conferences and high-quality publications. Finding a permanent home for the 36 shipwrecks and tens of thousands of small finds from Yenikapı, however, is a much greater challenge. Far from moving a museum project forward, eight years of discussion and project delays has succeeded only in moved museum construction from the center of agenda.”

 

Heritage Chain

Gli autori dell’articolo sulla vicenda gestionale di Yenikapi propongono un interessante approccio al caso studio esaminato, definito Heritage Chain, che sarebbe interessante poter adottare anche al “caso studio” delle navi di Pisa.

“The idea is adapted from the concept of the ‘supply chain’ in industrial organization, where discrete stages of production are considered (inputs, value added, outputs) along with the interrelationships between steps. By individuating the discrete activities present in a particular context, the internal dynamics of each phase of ‘production’ can be distinguished, while enabling easier comparison between different realms of action. In the heritage chain we group activities into five ‘links’: protection, excavation, conservation, research, and public access.  Here we try to ‘make sense’ of Yenikapı through these five areas of action, explore the connections between them, and offer observations on the relevance of the case for rapidly changing heritage management in Turkey and rescue archaeology more generally. Building on this, we use another approach rooted in industrial organization, structure-behavior-performance (SBP) analysis, in order to identify the main results and emergent problems in each link of the heritage chain and their relationship with the structure of the heritage system as defined by law and administrative framework.”

Anche nella vicenda gestionale di Pisa si sono intrecciate esigenze legate alle differenti fasi della “Catena del Patrimonio”: tutela, scavo, conservazione, ricerca, accesso pubblico, così come si sono intrecciate competenze di varie amministrazioni, il MiBACT (centrale e periferico) e il Comune di Pisa (con il progetto di ridislocazione di parte del demanio comunale e con il PIUSS). Individuare gli eventuali punti deboli della “Catena del Patrimonio”, quale si è svolta nella vicenda gestionale di Pisa, consentirebbe di individuare forse soluzioni legali ed amministrative nuove in un campo di difficile intreccio di competenze ed esigenze quale la trasformazione e tutela del paesaggio italiano, soprattutto in ambito urbano. Il primo passo potrebbe essere fornire informazioni univoche sui costi delle progettualità passate ed in corso, nell’ottica anche di trovare soluzioni per una maggiore sostenibilità dell’archeologia pubblica a partire dallo studio dei dati di finanziamento (in ossequio al principio di Lord Kelvin, “If you can notmeasure it, you can not improve it”.)

 

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